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La visita guidata all’interno della Villa-Museo Carlo Pepi offre l’opportunità di vedere la Villa e la numerosa collezione d’arte contemporanea.
Carlo Pepi è un collezionista e un critico d’arte che ha dedicato la sua vita a studi e ricerche sull’arte nel periodo che inizia dal 1800 fino ad oggi, collezionando dipinti dei Macchiaioli, dei loro epigoni e delle Avanguardie del Novecento e collezionando la grafica degli artisti toscani dell’Ottocento, fino a raggiungere un numero di circa 10.000 opere.
Per approfondire la conoscenza della vasta collezione:
www.casamuseopepi.blogspot.com
www.collezionecarlopepiarte.it
per prenotare le visite guidate chiamare il + 39 335 5283547
Carlo Pepi: una vita vissuta in arte a cura di Rachele Campi
Genialità, estro e uno spirito combattivo molto accentuato hanno da sempre caratterizzato la passione di Carlo Pepi, collezionista e critico d’arte, per la complessità dell’emblematico universo artistico.
Nella sua casa-museo di Crespina, tra più di ventimila opere, emerge il tenero ricordo risalente alla frequentazione scolastica, quando, in prima elementare, fu affascinato da un piccolo foglio di carta dove era raffigurato il famosissimo dipinto “Campo di grano con volo di corvi”, di Vincent Van Gogh.
Inizia precisamente a sette anni l’amore e l’ascesa di Carlo Pepi verso la pittura, per tutto ciò che è mutevole e rappresentativo di un mondo sottoposto a cambiamenti di ogni genere.
Palese è la sua mancata attrazione per le classiche Madonne Senesi, da lui sempre osservate nel territorio toscano, sviluppate secondo regole dettate dal classico realismo statico e compatto, ma evidente è, invece, l’ammirazione per l’eccesso della forza, della nervosità e della violenza dell’espressione nei confronti del tanto criticato pittore olandese.
Infatti, nel citato dipinto che colpì Carlo Pepi da bambino, le pennellate sono rapide e il contrapporsi degli andamenti segnici delle nuvole e del grano creano movimento nell’opera, trasmettendo un senso di angoscia profonda, sprigionata dal dinamismo e da una bellezza strutturale soggettiva.
Sono proprio quest’ultimi i canoni che il collezionista ritiene fondamentali per poter definire un’opera d’arte tale, poiché come lui stesso afferma: “ L’arte è espressione pura, contenitore di uno spirito ribelle che necessità di liberare il proprio messaggio attraverso forme nuove, lasciando al passato regole e schemi che viziano e ristagnano nel vecchio”.
Ogni strada da lui intrapresa pare averlo condotto nel fantastico mondo degli artisti, come se vi fosse stato a priori un disegno da seguire.
Infatti, per volere del padre studiò in un istituto tecnico per geometri dove gli vennero affidati vari progetti al fine di ricostruire la città nel dopo guerra e qui fece conoscenza con la simpatica figura d’artista del Professore Salvatore Pizzarello, con il quale aveva lunghi dialoghi sulla pittura.
In seguito si iscrisse alla Facoltà di Economia e Commercio a Pisa e durante gli studi e dopo la laurea ebbe la possibilità di frequentare assiduamente gli artisti che avevano sede lungo l’Arno, conoscendo così la seria difficoltà di vivere senza denaro.
La loro produzione artistica aveva una connotazione anarchica, fuori degli schemi, non realista e per questo motivo non c’erano compratori disposti a pagare per ciò che anche oggi si fa fatica a chiamare arte.
Molto spesso questi giovani pittori conducevano una vita sregolata e disperata, cadendo in gesti estremi e sconsiderati solo ed esclusivamente perché il loro pensiero non era stato accolto e compreso da una società che guardava solo il realismo di un dipinto, come un sole che tramonta dietro le colline o un mare che calmo si distende lungo una riva sabbiosa.
Per Pepi e per coloro che non guardano solamente il passato, l’innovazione è la chiave che serve all’apertura della mente e della propria cultura, facendosi forte di un percorso rivoluzionario e colmo di stimoli ed invenzione. Prediligendo forme artistiche nuove, iniziò a mettere da parte i suoi risparmi per acquistare opere d'arte contemporanea e accortosi che non era impossibile acquistare anche opere di artisti Macchiaioli mobilitò più denaro di quanto egli stesso potesse disporre, puntando specialmente sui disegni.
Questi, infatti, sono da sempre stati oggetto del suo maggior interesse, dal momento in cui rappresentavano le prime impressioni fermate brevemente sulla carta.
Ad oggi Pepi, avendo un patrimonio artistico incommensurabile, mette a disposizione le sue opere per proporre eventuali mostre e accetta visite nella sua dimora dove è possibile trovare in ogni angolo della casa e nelle stanze quadri di grandissimo impatto espressivo e visionario.
In suo possesso vi sono molti quadri di Giovanni Fattori donati a lui da Anna Allegranza Malesci, erede del pittore, che per stima e ammirazione ha preferito investire Carlo Pepi di un onore così grande, data la famosa discrezione del collezionista e la sua disinteressata passione per l’arte, intesa esclusivamente come valore culturale.
Troviamo inoltre disegni di Amedeo Modigliani e ricordiamo in merito la lunga battaglia solitaria che il critico ha dovuto sostenere affermando la falsità delle sculture ripescate nei fossi livornesi.
Carlo Pepi è stato anche il fondatore dell’Istituzione Casa Natale Modigliani e qui ha creato un centro di studi con libri e documenti inerenti alla figura dell’artista.
Per volontà di Jeanne Modigliani fece parte degli Archivi Legali Modigliani, ma nel 1990 Pepi si dimise, non condividendo ciò che tutti affermavano, cioè l’autenticità delle opere ritrovate. Una volta uscite allo scoperto le tre sculture cercate nei fossi, che invece Modigliani aveva affidato a Solicchio, incaricato dall’artista di svuotargli lo studio situato nelle vicinanze del mercato generale di Livorno, Pepi fu l’unico a riconoscerle come autentiche, mentre le medesime Istituzioni le dichiararono come false, tenendo per buone quelle ritrovate nei fossi.
Per aver espresso la sua convinzione il critico ha subito un processo uscendone vincitore solo con l’unico scopo di tutelare l’arte.
In altre occasioni le sue giuste prese di posizione gli hanno fatto subire perquisizioni e processi riuscendo sempre a provare, essendo nella più completa ragione, la sua estraneità alle accuse infondate partite dai nemici falsari e incompetenti.
Nella sua rassegna di opere troviamo inoltre il primo disegno del maestro Renato Natali e artisti poco conosciuti, ma non per questo meno importanti, come: Alberto Magri, Corrado Carmassi, Italo Rossi Ciampolini, Renato Vigo, Renzo Vetrini, Marcello Landi, Mario Nigro, Jean Mario Berti, Ferdinando Chevrier, Bruno Secchi, Gianni Bestini, Franco Baroni, Giorgio Batoli, Renato Spagnoli, Renzo Izzi, Elio Marchigiani, Enrico Sirello, Mario Benedetti, Oreste Citi, Sandro Martini, Mario Lido Graziani e infine Renato Laquaniti.
Carlo Pepi afferma che proprio quest’ultimo, è stato un pittore che produceva inizialmente come arte pittorica il vero, approdando pian piano in una sorta d’evoluzione che lo ha portato a compiere tele monocromatiche.
Tra il 1963 e il 1966, il pittore, fece parte del Gruppo Atoma insieme a Spagnoli, Batoli e Graziani.
Essi approfondivano ed evidenziavano come gli strumenti di comunicazione, confondendo realtà e finzione, riducessero il pubblico a elemento passivo.
Sulle tele del Gruppo Atoma trova spazio, un linguaggio verbale metaforico con la tecnica del collage o la disposizione ordinata dei materiali evidenziando l’eccesso d’informazione che va automaticamente ad auto-annullarsi in silenzio.
“Le innovazioni sono spesso un argomento ostico; di solito si preferisce scegliere strade comode, ossia mostre ad effetto che abbiano un sicuro successo scegliendo autori noti che persistono con un’arte facile, tralasciando argomenti che presuppongono uno sforzo”. Queste le parole del critico nel denunciare la semplicità del classico pittore realista.
Paradossalmente risulta molto più facile dipingere un paesaggio piuttosto di una tela di un unico colore.
Un panorama, infatti, non è in grado di dare un messaggio profondo come una tela non dipinta che evidenzia, invece, il malessere sociale, oppure un collage di numeri consecutivi inteso come scrittura tecnologica e produttività di serie, o macchie nere e pellicola trasparente che propongono artisticamente le problematiche dell’inquinamento e delle discariche.
“L’occhio va abituato a leggere il linguaggio dell’astrazione e dell’informale, linguaggio che del resto è praticato in tutto il mondo. Il pubblico italiano deve essere abituato a non guardare esclusivamente l’arte del lontano passato. E’ indispensabile aggiornarsi. Il visitatore che non ha dimestichezza con l’astrazione, non deve essere prevenuto; abbandoni l’idea di trovarsi di fronte ad imbrattatele, ma deve avvicinarsi alle opere lasciando da parte qualsiasi presunzione. Non pretenda di vedere per forza un qualsiasi richiamo alla realtà e non si sforzi di voler rintracciare qualcosa di riconoscibile”.
Il linguaggio dell’artista ha origine dalla sensibilità e dalla lungimiranza.
Persino Giovanni Fattori, racconta il collezionista, rimproverò il suo allievo Amedeo Modigliani perché troppo bravo nel riprodurre il vero e seguendo tale occlusione mentale non avrebbe mai potuto dar libero sfogo alla sua bravura interpretativa e magari non sarebbe neppure divenuto così noto.
Molti movimenti artistici appassionano Pepi perché danno sfogo alla soggettività, per esempio il Simbolismo sviluppatosi in seno al decadentismo europeo, influenzato dal movimento anarchico ottocentesco. I simbolisti usavano l’arte come mezzo di contestazione al sistema borghese esaltando lo spirito anticonformista dell’artista, rifiutando la morale dominante, le leggi e tutti i valori imposti dalla società costituita. In sostanza questa corrente celebra l’individuo rispetto al gregge.
Un altro esempio è il Surrealismo, sviluppato nel primo dopo guerra in terra di Francia, che guarda alla liberazione dell’essere umano dalle contraddizioni capitalistiche e da quelle forze culturali che limitano l’immaginazione umana.
Il Futurismo, sorto il 22 febbraio del 1909 con la pubblicazione del Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti, emerge per stravolgere la politica e i moralismi, inneggiando alla guerra.Ricordiamo inoltre l’opera conosciuta di Carlo Carrà del 1911, I funerali dell’anarchico Galli.
L’ Espressionismo tedesco del 1919, distinto da un radicalismo di stampo anarco-individualistico, antipositivistico, umanitario e antiborghese.
Infine il Dadaismo, sviluppatosi a Zurigo tra il 1918 e il 1924, espresse numerose critiche alla cultura borghese, riducendo l’arte a gioco.
“L’artista ha abbandonato la raffigurazione di quel che vede, ed è passato a trasferire su tela in piena autonomia e libertà, le sue sensazioni, il suo stato d’animo, il suo particolare punto di vista. Anche colui che non riesce ad apprezzare le opere e vorrebbe esprimere dei giudizi negativi, si astenga da emettere condanne; potrà rivedere le sue posizioni in seguito, quando avrà conosciuto l’arco produttivo, gli intendimenti e gli approdi; potrà ricredersi soprattutto quando avrà abituato il suo occhio a questo diverso tipo di linguaggio”.
Lasciar volare via i tradizionali canoni estetici risulta, per Pepi, una rivelazione che non tutti comprendono, ma se provassimo anche solo per un secondo a distaccarci dalle imposizioni erette con il passare degli anni, probabilmente sentiremmo il cuore più leggero, ma più di ogni altra cosa sentiremmo la voce dell’individuo che è in noi. |